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SERGIO CANNETO: MARIA DI NARDÓ

Da novembre ad aprile Inteatro ospita a Villa Nappi il regista marchigiano Sergio Canneto per lavorare alla scrittura del lungometraggio Maria di Nardò e alla realizzazione di un cortometraggio, ispirato ad un racconto di Tolstòj, che chiederà la partecipazione attiva degli abitanti di Polverigi nel ruolo di attori e sarà ambientato interamente all’interno del paese.

SERGIO CANNETO nasce nel 1977 e attualmente vive a Senigallia.
Nel 2003 scrive e dirige il suo primo cortometraggio “L’ultimo sorriso della signora B”, selezionato alla XV edizione del Fano Film Festival. Nel 2005 si avvicina al cinema di Bruno Dumont e Eyal Sivan, frequentando workshops condotti dagli stessi registi.
Nel 2007 realizza il cortometraggio “Impressioni di metà secolo” selezionato in concorso alla 25° edizione del Torino Film Festival, alla 36° edizione del Festival di Huesca e alla 14° edizione del festival “La cittadella del corto”, distribuito dall’Istituto Luce e acquistato dalla televisione inglese “Propeller TV”.
Sempre nel 2007 lavora alla riedizione dei film del poeta Umberto Piersanti, candidato al premio Nobel per la letteratura nel 2005. Nel 2008 realizza il documentario “Composizione 31” sul 31° festival del Teatro stabile di innovazione e ricerca Inteatro di Polverigi (in provincia di Ancona).
È del 2010 il cortometraggio realizzato in super 8mm dal titolo “Appunti per una storia d’amore”, selezionato al festival di Vernon “La normandie et le monde”, nella sezione sperimentale.
Firma inoltre nello stesso anno la regia di due documentari sugli artisti Gino De Dominicis e Mirella Bentivoglio. Nel 2012 scrive e dirige il film mediometraggio dal titolo provvisorio “Chronique d’un suicide à terme”, prodotto da Valeria Belbusti per Meridiano Film.

Scrittura opera prima di lungometraggio
L’incontro con la storia di Maria di Nardò, l’idea della comunità come elemento vivo capace di comprendere i conflitti storici in atto e le necessità che ne derivano, capace di codificare un linguaggio mitico-rituale come strumento di controllo socializzato del disagio psichico e contemporaneamente esorcismo, anche collettivo, del male di vivere mi ha colpito profondamente. La sua esistenza negata da un presente di angustie e da un cattivo passato di abbandono, amori perduti e miseria, potrebbe essere una lente per osservare la condizione di oggi di molte persone che, chiuse in una condizione di assenza della soggettività, cercano simboli capaci di allontanarli dalla psicosi.
La triste storia di Maria mi permette di seguire la trasformazione della comunità nel passaggio dal mondo contadino a quello industriale. La trasformazione del rituale magico-simbolico nell’istituto psichiatrico. La trasformazione dei conflitti esistenziali inconsci in peccati cattolici. La trasformazione della reintegrazione sociale dei marginali nella segregazione in strutture repressive lontane della vita della comunità. La trasformazione dell’espressione dell’essere all’interno del rituale nella repressione farmacologica del sé.

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